HAI VISTO CHE LUNA?

In questo tempo sospeso tra la notte ed il giorno, con il mio cavallo a pedali tanti viaggi ho già fatto sotto il cielo trapunto di stelle. Hai visto che luna? Che incanto la luna quando la campana del villaggio batte quattro colpi di cristallo in questo tempo profumato di un’aria frizzante che precede l’aurora, l’aria è fresca davvero. E quando la sera rientro tra i muri antichi e spessi ti senti avvolto da un dolce tepore, sono i muri spessi che hanno assorbito le ore calde del giorno e lo trattengono ancora, i muri antichi e spessi assorbono tutto, anche le risate, i pianti, le sgajate dei bimbi, sono ancora tutte lì da secoli ancora. Quando rientro a casa è come quando mi infilo nel letto dove c’è Pantera, il suo tepore sotto la coperta è dolce, profuma di vita, ti senti vivo a sentirlo.

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CON LA SCHIENA SULLA TERRA

Adoro le sfide, più sono difficili e più mi intrigano, è come corteggiare una donna, se si concede subito, si perde tutta la poesia. Così vi racconto delle cose semplici del giorno prima, ma non voglio farvi credere che il nostro lavoro in mezzo alla terra sia una favola. Scrivo di quello che vedo.

Fin da bambino, intorno c’erano sempre gli animali, si andava a portare le oche al pascolo, le rivedo come se fosse ieri con il gavé pieno, mangiavano così tanto trifoglio che, oltre allo stomaco si riempivano anche il collo, lo vedevi che si ingrossava fino al becco: a quel punto erano sazie. Ma c’erano anche animali che da bambino ti facevano paura, come il toro gigantesco, nero come la notte senza stelle e senza luna… Lo hai mai sentito un toro muggire con la lingua fuori? Ti gela il sangue a sentirlo, quel muggito lo faceva quando entrava un estraneo nella stalla, difendeva il suo harem da vero capobranco, ritornava l’istinto antico dell’uro selvatico. Il toro è una gran bella bestia, impersona la virilità e la forza e ancora adesso lo sogno quel toro nero che un giorno è scappato, è un incubo ricorrente ogni tanto. Questo per dirvi che gli animali hanno sempre fatto parte della mia vita, anche quelli selvatici come le volpi, i tassi, le faine, le talpe che prendeva il Goi, il tarpunat, che pur privo di un braccio, le scuoiava tenendole tra i denti. Anche i pesci dell’Elvo facevano parte del mio mondo, li catturavo con le mani, specie nelle lame morte con quintali di tinche e barbi dentro.

Ho bevuto l’acqua dei fossi e dalle sorgenti dell’Elvo, avevo visto mio padre farlo, ma prima si faceva il segno di croce, nel rispetto dei morti annegati, diceva una preghiera in dialetto per loro, una preghiera che non ricordo. Più tardi, quando andavo già a scuola ed avevo imparato l’italiano, prima di bere l’acqua di sorgente con gli altri bambini, ci facevamo il segno di croce e: «Acqua di sorgente, ci beve il serpente, ci beve Dio, posso berla anch’io». Altro segno di croce e si beveva quell’acqua fresca che sapeva di sabbia, ma che non ci ha mai fatto male, così come quella dei fossi.

Con il latte materno la mamma Gina mi ha trasmesso il rispetto per ogni creatura, si uccidevano gli animali, ma solo per quello che serviva, come si è sempre fatto dalla notte dei tempi, prima che l’uomo cominciasse a rovinare il creato.

E questo rispetto cresce con il sentimento che suscitano certi momenti, come ieri che ero al lavoro nelle risaie, solo in mezzo a quei campi che iniziano a tingersi d’oro. Nella solitudine ritrovi te stesso e, quando la schiena ti fa male, mi corico sull’erba, con la schiena sulla Terra, avverti la sua energia, ti senti Terra, stai bene, come quando abbracci il tronco di una pianta, come quando entri nel fiore di una donna, ti senti vivo.

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LE BALLERINE GIALLE

In questo mondo fatto di corsa, dove si corre sempre senza averne ben chiaro il motivo e senza conoscere la meta di fine corsa, è bello fermarsi ogni tanto ad osservare quello che ci capita intorno. Sono fortunato da sempre, faccio il lavoro più bello del mondo e poi faccio altre cose che mi piacciono, così quando arriva la sera, appena la testa tocca il cuscino, rimango secco e al mattino dopo riparte la voglia di ricominciare, si ricomincia quando è ancora buio fuori e la muricc, la civetta, mi saluta dai tetti, qui siamo solo noi svegli, credo.

Facendo il lavoro più bello del mondo mi trovo ad essere circondato da tanti esseri fatti di piume, leggeri come una brezza gentile, che riescono ad alzarsi in volo, che bello volare. Sono esseri che hanno percorso migliaia di chilometri, sono partiti dall’altra parte del mare e a volte mi domando: «Perché si sono fermati qui?» Non lo so perché, però che meraviglia vederli. Sono consapevole della mia follia che mi fa arrestare l’aratro per poterli fotografare, però qualche giorno fa è morto un amico all’improvviso, e queste cose ti fanno riflettere. Sono convinto che gli attimi durante i quali ti fermi non sono persi, al contrario sono emozioni meravigliose, il peccato sarebbe non fermarsi. A volte capita che mentre aro, una rana saltella di traverso e si ferma nel solco dove devo passare. Ecco, io fermo il bestione e la lascio passare. Ieri, alla cappelletta, al giasiot, la chiesuccia, è venuto a trovarmi un piccolo gruppo di ballerine, ci sono le ballerine bianche e le ballerine gialle, e quelle erano gialle, si mimetizzavano nella mia terra argillosa appena arata che profuma di muschio. Io non so parlar d’amore e comporre versi gentili, ma a contemplare quelle ballerine gialle danzare sulle zolle profumate di vita è una meraviglia che non riesco a raccontare, è come quando si cerca l’oro nel fiume e ad un certo punto sembri ritrovarti solo con della sabbia nera, cosicché l’ansia aumenta, ma poi, se sei fortunato, scorgi finalmente tra il nero della sabbia il brillìo delle lucenti pagliuzze gialle. Ecco, le ballerine gialle regalano la stessa emozione.

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NEL SILENZIO

In questo silenzio dolce che precede l’aurora, ritrovi te stesso e la tua parte migliore perché questa attesa del giorno è la parte suggestiva di ogni giornata, un tempo bello questo che ha già l’autunno negli occhi e ancora l’estate nel cuore. Ero senza legnetti per accendere il fuoco, sono andato a prenderli in officina, stipati vicino alla cuccia di Pallina che è saltata fuori a prendersi carezze che non le bastano mai. Si vede il fiato fuori, è fresca e pura l’aria del mattino, c’è la muricc a farmi compagnia mentre batto sui tasti e il cuore si allarga ripensando a ieri. Ho visto Pantera felice mentre rideva per i vostri complimenti, sono così belle le donne quando ridono, ma gli uomini sono stupidi e troppe volte le fanno piangere.

In questo inizio di ottobre mi prende una nostalgia infinita di quando si andava a scuola, ma il giovedì pomeriggio era festa e si restava fuori a giocare fino sera. Ci venivano anche le bambine e insieme si scopriva un mondo ancora tutto da esplorare, con una voglia incontenibile di scoprire cosa ci fosse sotto quella gonna. Si andava in posti misteriosi, nei cunicoli bui sotto il castello, o nei sottotetti del castello, si scavalcavano le travi tra le ragnatele, nella penombra. C’era una cassa di pallottole abbandonata dai partigiani, c’erano i telai dei bigat, si sentiva il profumo della scoperta. Poi, nel paradiso, con la luce fioca che filtrava dietro agli antùn, si chiedeva alle bambine: «Dai, fammela vedere!» Loro avvertivano la nostra voglia esuberante, il desiderio di scoperta e facevano le preziose, ma alzavano la gonna e ridevano, consapevoli del loro potere. Avevamo solo sette o otto anni e, quando il desiderio era allo spasimo, ce la facevano vedere, un bocciolo di fiore implume dal profumo di vita. Una magia di scoperta durata pochi anni, quando poi eri cresciuto ed avresti potuto fare di più, anche se la chiedevamo ancora, non ce la facevano più vedere.

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LAVANDERE E CAPLIN-E

(…) Mi assale una nostalgia infinita a ricordare, intorno ai tasti si forma un alone di nebbia, il cuore si allarga, si ritorna bambino, a quando prima di andare a scuola si portava la carriola di panni alla mamma Gina alla rusa, quella rusa dove ogni donna aveva il suo asse fissato alla riva con due pali di legno che sostenevano l’asse. La scuola del borgo antico era al primo piano e si sentivano le donne sotto cantare e sbattere i panni, era una musica dolce, cadenzata e gentile, che ti distoglieva dalle lezioni. Poi, nei pomeriggi, al terminare delle lezioni, anche le mondine finivano la loro giornata e, dopo che erano andate a lavarsi nell’altra rusa, quella dell’essiccatoio, sfregando via la stanchezza dai loro corpi seminudi, consapevoli che i ragazzini le avrebbero spiate da dietro le ciuende, venivano a lavare i loro panni nella rusa sotto la scuola. Dietro di loro passava sempre qualcuno, un caminant, un corteggiatore. Ecco, quegli uomini dietro le giovane donne, bastava poco per farli sognare, un centimetro solo di pelle nuda di una gamba bastava e si sognava: chissà cosa c’era più su? Un mondo meraviglioso ancora tutto da scoprire, ogni donna un universo inesplorato e l’uomo è nato esploratore di natura.

Rivedo ancora le donne attorcigliare le lenzuola quando facevano la buà con la cenere, poi quando si andava a letto con quelle lenzuola profumate, ti sembrava di dormire in un prato fiorito o tra il fieno sciolto, non i balot, quelli son venuti dopo. Il fieno sciolto era quello che si tagliava cun al taja fen, una specie di badile fatto a triangolo, poi capitava che qualche ragazza si scuoteva mentre si giocava, metteva una mano sotto la gonna e tirava fuori una pagliuzza di fieno, chissà perché? (…)

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L’ORO DELL’ELVO

Domenica nell’Elvo ci sarà l’ultima gara di pesca all’oro della stagione, si farà ad un tiro di schioppo dal borgo antico. Domenica si aprirà anche la caccia, a molti germani sarà interrotto il volo, cadranno in mezzo ai fiori gialli pieni di luce e la notte la volpe ne porterà ai suoi volpacchiotti affamati. Ecco, l’Elvo è sempre stato così, depredato per avere qualcosa subito: i cacciatori costruiscono i loro rifugi lungo il fiume, possono scegliere tra appostamento fisso o a piedi, ma devono scriverlo prima e loro non scelgono. Se viene un controllo e li trovano al posto fisso tra le canne, dicono che non si sono ricordati di scriverlo e che erano appena arrivati. Se arrivano i cercatori d’oro, questi litigano con i cacciatori. Un tempo c’erano anche i pescatori, ma a questi è stata vietata la pesca nel tratto sotto il borgo antico. Poi ci sono i clienti delle dieci ragazze lungo la strada, consumano il loro breve piacere trasgressivo nei boschetti lungo l’Elvo. Tutti si prendono qualcosa subito, l’Elvo è superiore, non si ribella, li lascia fare, è generoso con tutti, anche con quelli che non lo capiscono. Che sono la maggioranza. Nella mia vita, di persone che sappiano amare il fiume ne ho conosciute pochissime, la maggioranza pretende di avere qualcosa dal fiume, è un suo diritto in base ad un pezzo di carta, una concessione. I boschi vengono tagliati, sradicati per coltivare fino alla sponda, poi arriva la piena e lo porta via, il fiume viene maledetto, ma quella terra l’ha fatta il fiume, se la può riprendere perché senza alberi lungo il fiume gli uccelli non possono fare il nido e i germani reali non hanno protezione nelle lame. E pensare che se il fiume lo ami, lo capisci, ti ricompensa, quando le cose le fai con amore, sei attento ai bisogni di chi ami, quel rispetto è ripagato mille volte. Bisogna avere un po’ di sensibilità, certo, è come corteggiare una donna con pazienza, quella che manca ai predoni che vogliono arraffare subito. Ottavio Lora, lui la pazienza l’aveva, per quarant’anni, quasi tutti i fine settimana scappava da Torino e veniva nell’Elvo. «In questo fiume ci sto bene, ritrovo me stesso, dimentico i problemi, mi rilasso, conosco ogni sasso sotto il borgo antico, capisco dove il fiume ha depositato l’oro, durante la piena vengo a vederlo quando ruggisce, appena l’acqua cala e cambia colore. perde il colore della creta e diventa limpida, ecco, quello è il momento migliore per cercare l’oro. Ci sono delle regole nell’oro, se qualcuno ti aiuta devi dividerlo con lui.»

L’oro, da sempre, ha scatenato la malvagità dell’uomo, ma anche la nobiltà più eccelsa. L’oro si pesa a grammi e quando un cercatore, dopo una giornata di fatica, alla sera, lo porta a casa e lo pesa, se riscontra anche solo un grammo è soddisfatto. (…)

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LACRIME SULLA TERRA

(…) Alla cappelletta trovavano rifugio le mondine quando c’era un temporale, una volta ci sono state tutte le nostre sessanta. Una di loro, in realtà, era rimasta sotto l’acqua e non si capiva il perché. Si è capito dopo: era cieca, le sue amiche erano corse via e lei era rimasta nel suo mondo senza luce sotto il temporale. E’ rimasta ancora a mondare la mondina cieca, poggiava la strosa nei solchi ai lati delle file di quelle donne piene di vita che cantavano sempre.

Alla cappelletta ho iniziato ad arare per la prima volta, avevo quattordici anni, papà era all’ospedale, era venuta la mamma Gina in bicicletta a vedermi arare e piangeva la mamma. Quante donne ho visto piangere sulla terra, la terra bagnata dalle lacrime è come fosse benedetta. Papà mi raccontava che la stessa cosa l’aveva vista lui. Nel ’32, la sua mamma, la Jeta, era venuta a vederli lavorare, c’era stata la crisi del ’29, le terre erano incolte, erano piene di pioecc dal luv che crescono nelle terre abbandonate, i vestiti dei sette figli della Jeta erano pieni di pioecc dal luv. (…)

Ad arare quelle terre bagnate dalle lacrime di quelle mamme che non ci sono più, a rivoltare quella terra che profuma di muschio, ti senti nel cuore salire un amore per quella terra che io non riesco nemmeno a descrivere. Mentre aravo quella terra benedetta dalle lacrime delle donne, c’erano tanti aironi guardabuoi. Accanto agli aironi, mentre aravo, sono arrivate le ballerine gialle, tra di loro ce n’era anche una bianca. A contemplare la grazia delle ballerine avvicinarsi saltellando a pochi metri sulle fette di terra ti ritrovi a fermare il trattore perché vedi malissimo dalla commozione. Ancora lacrime sulla terra.

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BIONDIN

Tra i tanti personaggi che hanno attraversato la mia vita, mi sono trovato spesso a sentir parlare del Biondin, la ligera, il re dei caminant, sono andato in mille cascine e quando chiedo ad una persona anziana: «Ha mai sentito parlare del Biondin?» «Ma certo, mia nonna ne raccontava sempre, era bravo il Biondin, veniva sempre a dormire nella stalla della nonna e gli lasciava sempre qualcosa, al mattino andava via presto, beveva una scodella di latte appena munto, poi via… E la nonna si trovava sempre sulla soglia di casa un regalo, un pezzo di tela, di stoffa o una pola, una tacchina, che si erano mangiati in parte la sera prima, c’era una miseria infinita a quel tempo, nessuno aveva diritto a niente, bisognava solo lavorare dall’alba al tramonto».

Da ladro di storie quale sono, di storie ne ho sentite tante, ma questo personaggio mi è entrato dentro come nessuno. La cascina Campesio, dove è morto sparato, confina con le mie terre, la turna, il campo, dove ha interrotto la sua corsa, con un colpo al cuore, si chiama ancora oggi Biundin-a. Da dieci anni era ricercato, con due taglie sulla testa, come un’anguilla era evaso dal carcere, mille avventure, sempre in cammino. Da re dei caminant ne aveva vissute tante, ma doveva finire lì, era destino, un colpo al cuore che lo ha fatto stramazzare secco. Dalla corda su cui correva, per sfuggire al giovane carabiniere Raffaele Soverini che lo stava inseguendo, è stramazzato con la testa nell’acqua. Solo al mattino, quando è arrivato il medico legale, è stato tirato su, ma neanche la morte aveva cancellato il suo sorriso.

La notizia della sua morte si era diffusa come un lampo e quando il suo corpo venne portato al cimitero di Carisio, due ali di folla lo videro passare, tutti i giornali riportarono la notizia in prima pagina. Al cimitero ci vollero i Carabinieri Reali a contenere la folla. E mentre il dottor Bertero di Carisio e il dottor Bianchi di Santhià gli facevano l’autopsia, arrivò la richiesta di Cesare Lombroso, l’antropologo di Torino, di fargli avere il cervello da analizzare. Ho ascoltato la storia di chi gli ha tagliato la testa, ho conosciuto il vecchio che mi ha fatto vedere dove è stato sepolto. Ma tu guarda la vita, davanti alla terra dove era sepolto, c’è la tomba del Pinot Festa, gestiva la trattoria “La Ferrata” di San Damiano, dove quel giorno il Biondin aveva preso undici bottiglie di vino e al tirabusun: deve ancora pagarle adesso. Quando il comune di Carisio, nel 2015 decise di disseppellire le vecchie sepolture, non si trovarono più parenti e ho assistito io. Erano passati 110 anni, mi dissero che non si sarebbe trovato più niente. Pensavo almeno di trovare l’anello che non erano riusciti a sfilargli. Invece trovammo ancora i resti del Biondin, meno la testa, non poteva esserci, ho trovato anche un anello, ma non era quello del Biondin. I suoi resti sono stati deposti in una celletta nell’ossario, ho scelto la numero 7, come quel 7 giugno del 1905, ho voluto conservare questi resti, sarebbero finiti nell’ossario comune, è l’ultimo ricordo di questo personaggio rimasto nella nostra memoria storica, ringrazio la Pro Loco di San Damiano di Carisio che ha finanziato questa conservazione.

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A OCCHIO E CROCE

Le misurazioni dei terreni una volta si facevano con le canne, ho visto ancora farlo recentemente da un geometra di mia conoscenza. Quando la grande proprietà del borgo antico è stata venduta, i geometri, utilizzando gli strumenti moderni, hanno verificato i termini dei confini: erano precisi al millimetro anche se erano stati misurati con le canne. Un’altra misurazione che è andata persa è quella della lunghezza del tronco di una pianta in piedi, che è all’origine del modo di dire “a occhio e croce”. Il tronco del legname da opera è quotato molto più del bosco ceduo, ma per calcolarne il prezzo era fondamentale conoscerne la lunghezza prima di abbatterla. Misurare una quercia in piedi di notevole lunghezza era per niente facile. Molte querce venivano lavorate in bosco, si squadravano con la scure per ricavarne soprattutto delle travi, ci sono ancora quelle travi a sostenere i tetti del borgo antico, a distanza di secoli. La misurazione della parte del tronco utilizzabile di una pianta in piedi avveniva in modo semplice e preciso utilizzando due legnetti che il misuratore si portava in tasca. Anche oggi possiamo ripetere l’operazione per divertimento. Le due stecche devono essere inchiodate fra loro al centro, per la misurazione si aprono a formare una croce, la croce si porta davanti all’occhio e, guardando l’albero, ci si sposta avanti o indietro fino a far collimare l’apice dello stecco verticale con la parte superiore del tronco, lo stecco orizzontale con la base della pianta, a livello del terreno insomma. A quel punto si traccia un segno per terra subito dietro al punto in cui poggiano i nostri piedi. Per calcolare la lunghezza del tronco ora basta misurare la distanza dal segno alla base della pianta: tale distanza corrisponde alla lunghezza del eretto. In pratica si forma un triangolo con l’angolo retto di 90 gradi alla base della pianta, il lato verticale è della stessa lunghezza del lato orizzontale, dalla base della pianta al segno dietro al misuratore; l’ipotenusa passa dal tronco in alto all’occhio del misuratore e finisce a terra ,dietro di lui in base alla sua altezza. Ci va molto meno tempo a misurare una pianta a “occhio e croce ” che raccontarlo.

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Hai visto che luna? – un assaggio

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